
Era un bellissimo pomeriggio di fine giugno
quando gli sposi entrarono nella piccola chiesetta di Coronata, attraversando
una discreta folla di curiosi, qualche tossico appoggiato al muretto della
salita e i parenti in lacrime, alcuni vestiti all’antica con giacche e cravatte
altri decisamente più sobri, forse un po’ troppo ma con i volti abbronzati ma
tutti, dico tutti, erano sudati marci e anche i bambini che vociavano e
correvano allegri, tirandosi addosso una varietà di riso scadente, sudavano
copiosamente e il sole scintillava con i suoi raggi sulle goccioline che
scendevano dalle loro fronti e i cani avevano la bocca spalancata con la lingua
a penzoloni e ansimavano e abbaiavano per poi lasciarsi cadere in qualche
anfratto lurido alla ricerca di ombra e quando gli sposi varcarono la soglia
del portone in legno della chiesa ci furono degli OOOOHHHH da parte dei
bambini, come in quella canzone di Povia e una folata di vento improvvisa
scompigliò i capelli di tutte le adolescenti brufolose che erano sedute all’interno
per godersi il fresco insieme ai più anziani mentre gli sposi avanzavano
lentamente uno accanto all’anziana madre, infilata a fatica dentro un vestito
giallo e rosso e l’altro accanto al padre che dritto come un pilastro dell’autostrada
pareva avere la testa come un soprammobile appoggiata al colletto di una
camicia bianca lavata troppe volte e la sposa aveva un bellissimo vestito
bianco di organza con lo strascico che veniva calpestato da decine di marmocchi
irritati dal caldo e lo sposo indossava un completo alla coreana nero opaco con
cuciture ai polsi che formavano disegni orientaleggianti e quando si trovarono
di fronte al sacerdote si guardarono negli occhi e pareva che in quegli occhi
ci fosse tutta la felicità di questo mondo ma io sapevo che di felicità non poteva
essercene abbastanza per tutti e l’anziano prete officiò la cerimonia in
maniera davvero impeccabile riuscendo anche a fare delle battute in dialetto
genovese che quasi nessuno capiva perché l’unico ligure era lui ma il tutto
sortì l’effetto desiderato e poi disse la frase di rito e gli sposi si dissero
si reciprocamente decretando la fine dei loro sogni da bambini e si baciarono
furiosamente, lungamente al punto che un anziana donna si sentì in imbarazzo e
volse lo sguardo altrove e i genitori degli sposi iniziarono a modo loro a
piangere e qualcuno iniziò a urlare ai bimbi di stare zitti e non fare chiasso
ma quando gli sposi uscirono sul sagrato della chiesa iniziarono ululati e urla
e cori e fischi e applausi e lanci di riso e latrati di cani e clacson di
macchine e clangore di campane a festa poi arrivarono un bambino che sembrava
un piccolo mafioso e una bambina che sembrava una piccola baldracca e ognuno di
loro aveva in mano una colomba e ogni colomba aveva un nastrino legato alla
zampetta, azzurro per il piccolo padrino e rosa per la sua degna compare poi
porsero le colombe agli sposi che delicatamente le afferrarono e si guardarono
negli occhi e con un piccolo gridolino di gioia le lanciarono verso il cielo e
ci fu gente che fece foto, filmati e quant’altro e le colombe sbattevano le ali
e parevano disorientate come se si inseguissero una coll’altra e tutti le
guardarono per un po’ ma il sole picchiava così duro che gli sguardi si
abbassarono e arrivò una macchina di quelle americane, lunga un chilometro,
bianca, con un ‘autista vecchio e mezzo gobbo che scese e aprì la porta
posteriore con estrema fatica e io pensai che forse quella sarebbe stata la
fatica che lo avrebbe stroncato proprio in quel frangente e pregai che non
accadesse e per fortuna non accadde così gli sposi salirono e i genitori
applaudirono sicuramente pensando a quanto gli era costato l’affitto di quella
macchina che quasi non riusciva a far manovra nella piazzetta e quando la prua
della Lincoln si diresse verso la discesa
allora tutti corsero verso le rispettive vetture per seguire gli sposi e
c’erano fiori e riso ovunque e le colombe ormai dimenticate iniziarono a
puntare verso sud in direzione di Ponte Assereto e l’allegra comitiva festante
discese la strada di Coronata quando ancora gli anziani del rione si scambiavano
antichi rituali da compiere sempre dopo un matrimonio con la regia di arcane
liturgie tramandate di padre in figlio sia che si trattasse di un matrimonio o
di un funerale e quando gli invitati si trovarono in piazza Massena dopo aver
atteso il verde del semaforo svoltarono tutti verso levante diretti ai giardini
di Nervi e le colombe che veleggiavano perfettamente in coppia fecero una sorta
di leggera cabrata per poi picchiare verso la Lanterna con i loro nastrini
ancora attaccati alla zampette uno azzurro e uno rosa e quando la bianca
macchina americana guidata dal vecchio gobbo imboccò la sopraelevata tra
schiamazzi e clacson e felicità nessuno si accorse che le colombe stavano
perdendo quota e quando la lunga fila di macchine arrivò ai giardini di Nervi
per le foto le colombe erano ancora una a fianco all’altra che volavano quasi
al livello del mare con un orizzonte basso e lontano e terso e affilato come
una lama di rasoio ed era certo che avrebbero volato ancora accanto con i loro
nastrini, uno rosa e l’altro azzurro e quando il fotografo chiese agli sposi di
baciarsi per la foto di rito davanti alle famose rose dei giardini di Nervi la
colomba col nastrino rosa cadde in acqua ma l’altra continuò ancora per una decina
di metri poi atterrò su una boa di segnalazione e beccò ripetutamente il
nastrino azzurro che si sfilò.
Poco dopo riprese il volo. Quando arrivò sul Porto Antico atterrò
delicatamente vicino ad una panchina dove un signore in abito bianco e cravatta
gli lanciò del pane secco. Era domenica. Il sole stava tramontando e da lì a
non molto, Genova, pigramente , si sarebbe addormentata.